In evidenza, Write here, write now

Il cielo sapeva

Tempo di lettura: 5 minuti

Il cielo è un libro che leggiamo al contrario: prima ci colpisce, poi lo capiamo
— Clarice Lispector

C’è una cosa che ho imparato — e che ho impiegato anni a capire davvero — ed è che il dolore autentico non avvisa. Non si annuncia con un preludio, non si presenta alla porta con educazione. Arriva, e quando arriva porta con sé un silenzio diverso da tutti gli altri: non quello quieto della notte, non quello pacificato della stanchezza, ma quello sordo e impossibile di qualcosa che non tornerà più.
Il mio cane se n’è andato la sera del 1° marzo, alle 23. Nella nostra casa, nel suo posto — quello che aveva scelto lui, come aveva sempre fatto con tutto. Era il mio soul dog, e chi ha avuto un soul dog sa che questa parola non è un’iperbole sentimentale: è una categoria ontologica. Una forma di legame che non passa attraverso il linguaggio ma lo attraversa, che non ha bisogno di essere spiegata perché si riconosce immediatamente, come si riconosce la propria voce in un registratore.
Ho saputo dopo, giorni dopo, quando la mente ha cominciato a cercare appigli come fanno le mani nel buio, che quella notte il cielo era qualcosa di raro. Subito dopo il tramonto, Mercurio, Venere e Saturno erano apparsi bassi sull’orizzonte occidentale, mentre Giove brillava più in alto, verso sud-est. Nettuno e Urano erano lì, invisibili all’occhio nudo ma presenti, come tante cose che esistono senza che le vediamo. Una parata di sei pianeti, scrivevano gli astronomi. E la Luna era crescente, stava costruendo verso qualcosa — verso il 14 marzo, quando sarebbe diventata piena e si sarebbe immersa nell’ombra della Terra, tingendosi di rosso. La Luna di Sangue. La prima di una serie di quattro eclissi consecutive, un ciclo raro che gli astronomi chiamano quasi-tetrade.
Quando l’ho scoperto, mi sono fermata. Non so spiegarlo razionalmente, e non voglio farlo. So soltanto che qualcosa in me ha respirato — non di sollievo, perché dal dolore non si respira di sollievo — ma di riconoscimento. Quei nomi — Mercurio, Venere, Giove, Saturno — non sono nomi neutri. Sono nomi che i Romani diedero a divinità precise, a forze archetipiche che abitano l’immaginario umano da millenni. Mercurio, il messaggero che attraversa i confini tra i mondi, che accompagna le anime nel passaggio. Venere, la forza che lega, che attrae, che non distingue tra amore e dolore perché li conosce entrambi come facce della stessa cosa. Giove, il padre celeste, la luce che sovrasta e protegge. Saturno, il più antico, il dio del tempo e della fine delle cose, colui che sa che ogni forma ha un limite e che quel limite è parte della forma. Erano tutti lì, quella notte. Come una corte silenziosa raccolta intorno a qualcosa che stava accadendo quaggiù, in questa casa, in questo silenzio improvviso.
Lui mi aveva insegnato tutto quello che le filosofie cercano di spiegare a parole e non ci riescono mai del tutto. Mi aveva insegnato a stare nel momento senza rimandarlo né scusarlo. A leggere una stanza con gli occhi prima ancora di aprire bocca — o di non aprirla affatto, che spesso era la scelta giusta. Mi aveva insegnato che approfittare di un raggio di sole sul pavimento è un atto di saggezza, non di pigrizia. Che certi movimenti invisibili — il modo in cui cade la luce, il verso di un uccello nel giardino — meritano tutta l’attenzione del mondo. Mi aveva insegnato a scegliere: a tenere lontano chi portava rumore senza sostanza, chi entrava nello spazio senza chiedere, chi non sapeva stare in silenzio. Lui lo sapeva subito, con una certezza che non aveva nulla di istintivo nel senso riduttivo del termine — era una lettura precisa del mondo, affinata da sensi che noi abbiamo perso o non abbiamo mai davvero usato. Ho imparato a fidarmi di quel giudizio più di quanto mi fidassi spesso del mio.
La cosa che non mi aspettavo — quella che nessuno ti prepara ad affrontare — è questa: puoi perdere qualcuno e sapere esattamente dov’è andato, in quale luogo, in quale forma. Con lui non lo so. Non ho una mappa per questo dolore. Non ho una cosmologia adeguata, non ho un rito che lo nomini con precisione. So che era presente, totalmente presente, fino all’ultimo momento. So che ha lasciato la vita nel suo luogo sicuro, circondato dall’unica cosa che ha sempre saputo riconoscere: la vicinanza di chi lo amava. E so che quella presenza — quella forma specifica di esistenza che occupava uno spazio preciso nel mondo e in me — ora non c’è più, e il vuoto ha la sua forma, esatta, come il calco di qualcosa che era.
La mia mente torna continuamente lì. Al momento. Ai momenti. È una forma di fedeltà, credo — anche se fa male come nessun’altra cosa. Il lutto per un essere che non ha mai usato le parole è strano: non puoi rifugiarti nel ricordo di una conversazione, non puoi riascoltare una voce. Hai solo le immagini, i gesti, il peso di un corpo addormentato vicino al tuo, il ritmo di un respiro che conoscevi a memoria e che adesso cerchi ancora, nell’aria.
Eppure lui si muove ancora con me.

“Non riesco proprio a immaginare come chiunque viva con un cane intelligente e devoto possa mai sentirsi solo.”
— Elizabeth von Arnim, I cani della mia vita

Lo sento quando cammino, quando esploro — c’è qualcosa nel modo in cui guardo ora le cose, nell’attenzione che porto a ciò che si muove ai margini, nell’istinto di fermarmi dove lui si sarebbe fermato, di annusare l’aria dove lui avrebbe alzato il muso. Mi ha lasciato le sue istruzioni per orientarsi nel mondo. Non le parole — lui non aveva parole — ma qualcosa di più antico e più preciso: un modo di abitare lo spazio, di accordarsi al presente, di sapere quando vale la pena andare avanti e quando invece bisogna sostare.
Quella notte il cielo preparava un’eclissi. Saturno, il dio del tempo e della fine, era sull’orizzonte. Mercurio, il traghettatore di soglie, era lì. E la Luna stava raccogliendo tutta la sua luce per poi sparire nell’ombra della Terra e tornare rossa — trasformata, attraversata, ancora lì. Non so se è una metafora o qualcosa di più. So che me ne sono aggrappata come ci si aggrappa a tutto quello che, nel buio, ha ancora una forma riconoscibile.
Ci sono perdite che non insegnano nulla di nuovo. Confermano solo quello che già sapevi, ma non volevi sapere così bene: che certi amori non si sostituiscono, non si replicano, non si superano nel senso in cui si usa quella parola. Si portano. Si imparano a portare. E intanto, sopra di noi, la Luna continua il suo ciclo — cresce, scompare, si tinge di rosso, ritorna. E io cammino, e lui cammina ancora con me, e il mondo continua ad avere cose da mostrarmi.

Follow me:
error
fb-share-icon

Commenti su “Il cielo sapeva

  • Emanuela Cristiana Curini ha detto:


    Non le ho le parole per un commento.
    Ho solo silenzio. Rispetto e silenzio. Ma so che ciò che ho appena letto va divulgato. Assolutamente.

    Ti giungo stretto ma leggero il kit abbraccio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error

Follow me!