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Tra ciò che si muove e ciò che tace

Tempo di lettura: 3 minuti

It’s life’s illusions I recall, I really don’t know life at all
Joni Mitchell

La notte scorsa è stata lunga e complicata, un po’ come la digestione. E sì, credo che i sogni abbiano molto a che fare con la cena: con ciò che si ingerisce, ma soprattutto con ciò che si risveglia. A volte basta un sapore familiare, una frase, un gesto ripetuto troppe volte, perché l’inconscio decida di farsi sentire e di rimettere in scena ciò che avevamo lasciato in sospeso. Così, mentre il corpo cercava di dormire, la mente ha allestito la sua scenografia: un cimitero, una donna distesa sopra una lapide, un velo di seta che tremava nel vento.

Le gambe della donna erano piegate, poggiate di traverso sulla pietra, come se il corpo avesse trovato da solo una posizione intermedia tra riposo e resistenza. Quando le sono passata accanto, ha cominciato a muoversi. Camminavo accanto a mia madre, che mi ha detto con calma che forse era un movimento tipico di chi è morto da poco. Ho risposto che non era possibile, eppure, dentro di me, qualcosa ha iniziato a vacillare: la mia certezza assoluta che, dopo la morte, non esista alcun movimento di ritorno. Solo io vedevo quel respiro sotto il velo, ma per la prima volta non ne ero del tutto sicura.
Intorno a noi, un silenzio ordinato. Il carro funebre era già pronto, con i portelloni aperti, come se stesse aspettando solo che tutto tornasse al suo posto. Nessuno sembrava notare nulla. Tutto procedeva secondo il copione: la morte doveva restare ferma, composta, credibile. Solo io vedevo quel respiro sotto il velo, e per la prima volta non ne ero del tutto sicura.

Mi sono svegliata di colpo, ma non avevo paura. La stanza era immersa nel buio e nella quiete, interrotta solo dal respiro regolare del mio cane, schiacciato contro di me, perfettamente a suo agio in un mondo che io, in quel momento, sentivo sfuggire ai confini. Sono rimasta immobile, a fissare il soffitto che non vedevo, riflettendo su quel movimento del corpo sul sepolcro e sulla cena che, evidentemente, non avevo ancora digerito. Non era angoscia, era una forma strana di curiosità, una lucidità sospesa. Finché, senza accorgermene, mi sono riaddormentata.

Nel secondo sogno ero nel traffico di una grande città. Le luci, le sirene, il rumore: tutto sembrava un’unica massa in movimento. In mezzo alla strada c’erano bambini, piccoli, quasi invisibili. Gli autisti non li vedevano. Io battevo sui vetri, gridavo, cercavo aiuto, ma nessuno si fermava. Anche nel sogno, a quanto pare, la mia vocazione a segnalare il pericolo non produceva grandi risultati.

Ripensandoci, credo che tutto sia cominciato la sera prima. Durante la cena, mia zia aveva sollevato la sua sciarpina di seta – quella che porta sempre – e aveva detto che per lei è come una coperta di Linus, che le scalda il collo e la fa sentire protetta. Ho sorriso, ma evidentemente l’inconscio ha preso nota. Forse da quella frase, o da quella stoffa, ha preso forma il sogno: la seta tornata come velo funebre e insieme come gesto di cura, la stessa materia sottile che separa i vivi dai morti, la memoria dal presente, il conforto dall’inquietudine.

Da stamattina continuo a pensarci. Forse la donna sul sepolcro è il passato che non vuole farsi seppellire, con la sua eleganza di seta e il suo respiro testardo. E i bambini invisibili nel traffico sono le parti fragili del presente, quelle che non riusciamo più a vedere finché non è troppo tardi. A volte la vita si manifesta così: nel tremito di un tessuto leggero, tra un sorriso e un brivido. E io continuo a chiedermi se, nel sogno, quella donna respirasse davvero, o se fosse solo il mio modo di dire che certe cose, anche quando sembrano finite, hanno ancora voce.
A volte i sogni non spiegano nulla: ricordano soltanto ciò che il giorno ha fatto finta di non vedere.

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