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Gloria Steinem e il senso di un’ispirazione

Tempo di lettura: 3 minuti

Do not listen to me, listen to yourselves.
Gloria Steinem

Non ho mai avuto bisogno di un’icona.
Ho avuto bisogno, invece, di riconoscere una strada.
Di sapere che qualcuna era passata prima di me in luoghi che conosco bene: il dubbio, il conflitto, la sensazione di essere fuori posto. Quella particolare forma di solitudine che arriva quando il mondo intorno a te — a volte persino il mondo che hai scelto come casa — sembra suggerirti che sei tu quella sbagliata.
Gloria Steinem è una delle mie ispirazioni da quando ho memoria del mio percorso femminista.

Non una donna alla quale assomigliare, non un modello al quale misurarmi. Una donna nella cui storia ho potuto riconoscere una strada.

Per questo, quando Lilithseye ha cominciato ad esistere e ho immaginato una sezione che si chiamasse “Ispirazioni”, è stato naturale che fosse una delle prime donne di cui scrivere. Era il marzo del 2022 e Steinem compiva ottantotto anni. In quel pezzo raccontavo la sua storia, certo, ma cercavo soprattutto di raccontare perché quella storia parlasse così profondamente a me.

Scrivevo che mi metteva i brividi incontrare nella biografia di donne così straordinarie i miei stessi dubbi, le mie insicurezze, ma anche le mie certezze, il mio pensiero, la mia storia.
Credo che sia ancora lì il punto: non nell’ammirazione per una figura straordinaria, ma nel riconoscimento. Nella possibilità di guardare il percorso di un’altra donna e trovare qualcosa che renda più leggibile il proprio.

Anche per questo continuo a sostenere Ms. Magazine, la rivista che Gloria Steinem contribuì a fondare nel 1972. Non è per me il lascito da conservare di una stagione passata del femminismo. È uno spazio femminista ancora vivo(more than a magazine, a movement), che continua a raccontare il presente e al quale scelgo di appartenere anche sostenendolo.
Forse è proprio questo che significa, per me, avere un’ispirazione: non cercare qualcuno da imitare, non costruire un’icona alla quale affidare le proprie certezze ma riconoscere un percorso, sapere che qualcuna ha attraversato prima di noi territori nei quali ci siamo ritrovate anche noi.

Nella storia di Gloria Steinem ho riconosciuto ostacoli, rotture, ostilità, contraddizioni. Ho visto una donna attraversare il movimento senza smettere di appartenervi e senza rinunciare, per appartenervi, a essere se stessa. Cambiare attraverso gli incontri senza per questo tradirsi. E, davanti a chi aveva cercato di fermarla, continuare a camminare.

È forse questa la parte che ancora devo imparare. Quel passo oltre.

Io sulle pietre mi fermo ancora. Le guardo, qualche volta torno indietro. Mi domando perché siano state messe lì, provo a capire chi le abbia lanciate. Mi ferisce ancora scoprire che alcune arrivano proprio dai luoghi nei quali pensavo di poter abbassare la guardia.

Poi, però, continuo a camminare: Lo faccio da anni in una specie di eterna terra di mezzo tra solitudine e aggregazione. Ho cercato comunità, costruito relazioni, abitato movimenti, senza riuscire – e forse senza volere – a risolvere del tutto quella tensione tra appartenere e restare libera di dissentire.
Perché anche i luoghi che scegliamo come casa possono chiederci di conformarci. Anche gli spazi costruiti intorno a parole come sorellanza, libertà, differenza possono faticare quando quelle parole smettono di essere principi e diventano pratiche da attraversare nel conflitto.
È lì che una storia come quella di Gloria Steinem torna a parlarmi. Non perché offra una risposta o dimostri che una parte abbia ragione e l’altra torto, ma perché rende riconoscibile quella tensione. Si può appartenere senza coincidere. Si può attraversare il conflitto senza rinunciare al proprio pensiero. Si può cambiare senza perdersi.

Forse anche per questo continuo a cercare tracce.
Forse è questo che fanno le genealogie: ci fanno sentire meno sole senza chiederci di essere uguali.
Ed è per questo che abbiamo bisogno delle storie di chi è passata prima di noi: non per trasformare le donne in monumenti dopo la loro morte. I monumenti stanno fermi.
Le tracce, invece, servono a camminare.
Gloria Steinem ha percorso questa strada molto prima di me. La sua morte non rende quella traccia più importante di quanto fosse ieri. Mi fa soltanto fermare a guardarla.
E ricordare perché, tanti anni fa, avevo cominciato a seguirla.

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